Come funziona il settore giovanile in Belgio

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Mentre in Italia la Federazione prende provvedimenti parziali e spesso unilaterali, senza consultarsi con nessuno, in Belgio si collabora. L’attuale sistema giovanile è il frutto di un’integrazione tra governo nazionale, federazione, club calcistici e scuole. È un sistema a piramide: alla base ci sono le selezioni regionali (dagli under 12 agli under 17), da dove 200 scout visionano i calciatori di diversi campionati locali. Al livello successivo ci sono le Top Sport Schools: centri sparsi per il Paese che consentono ai ragazzi, tra i 14 e i 18 anni, di allenarsi sotto la guida di allenatori che lavorano per la federazione belga. I giovani vengono selezionati sia dalle giovanili dei club di prima divisione sia dalle serie inferiori. Nelle TopSport schools i giovani vengono seguiti anche a livello individuale e si lavora sia sui fondamentali che su tattica e tecnica.
È importante sottolineare che queste scuole non sostituiscono gli allenamenti con le squadre di appartenenza. Sono un contributo in più, in un ambiente in cui si migliora come calciatori, come uomini e, soprattutto, si assorbe la filosofia calcistica belga. Perché i ragazzi lavorano quattro giorni a settimana con allenatori che hanno un solo obiettivo: farli crescere tecnicamente, prepararli per la nazionale maggiore senza l’assillo del risultato a tutti i costi. E abituarli al 4-3-3. Già, perché in Belgio (come in Germania) si è deciso di adottare un preciso stile di gioco: al di là del modulo i giovani diavoli rossi vengono catechizzati al pressing alto e alla difesa a zona. Il risultato è che, una volta arrivati in nazionale maggiore, i tempi di ambientamento sono ridotti al minimo. Dal 2012-2013 le TopSport schools hanno consentito a 337 calciatori di avere 250 ore extra di allenamento mirato. Courtois, Mertens, De Bruyne, Dembélé, Defour, Witsel e Chadli hanno frequentato proprio queste “università” del calcio. Al livello più alto della piramide ci sono le  dieci selezioni giovanili nazionali, di cui tre femminili. A questo sistema si affianca un lavoro costante di “public relations” tra la federazione calcistica belga e i club professionistici, grazie a una serie di incontri annuali per pianificare il lavoro e appianare le (inevitabili) divergenze che si creano. E anche gli allenatori federali devono frequentare una scuola di formazione prima di mettere piede su un campo di allenamento. Poi, certo, ci sono altri elementi che vanno al di là di qualsiasi pianificazione. Non c’è dubbio che i belgi di seconda generazione abbiano dato un contributo decisivo – sia fisico che tecnico – alla nazionale. Quelle di Adnan Januzaj, Moussa Dembélé, Romelu Lukaku, Nacer Chadli, Divock Origi, Marouane Fellaini, Vincent Kompany, Anthony Vanden Borre e Axel Witsel sono storie di un’integrazione riuscita. Va anche detto, però, che il Belgio ha un sesto della popolazione dell’Italia. Cosa significa? Che può attingere da un bacino di potenziali calciatori nettamente inferiore al nostro. Quello belga, infatti, è uno stato densamente popolato ma piccolo (11 milioni contro i 55 italiani) e soltanto un improbabile allineamento astrale misto a tanta programmazione poteva permettere un prodigio simile. Come siamo arrivati al Belgio dei fenomeni : attraverso una rivoluzione! A parte la fortuna, gli astri,infatti , c’è tanto lavoro. C’è un motto diffuso in Italia che più o meno fa così: “se raggiungi il fondo o scavi o ti dai una spinta”. Era il 1998 e il Belgio aveva raggiunto in quegli anni il proprio abisso. La federazione veniva da alcune pessime figure sia ai Mondiali quanti agli Europei e esibiva senza lesinare imbarazzo un calcio vecchio, passatista, senza alcuno spiraglio di talento rilucente nei suoi uomini. Qualcuno in uno di quei bellissimi palazzi neoclassici che contano, perciò, decise che occorreva cambiare qualcosa, forse tutto. Quel qualcuno era Michel Sablon, un uomo canuto con pochi capelli sullo scalpo ma dalla grande ambizione. Voleva, da una parte, emulare i cugini olandesi del calcio totale e della tecnica sopraffina e, dall’altra, trapiantare l’irreprensibile organizzazione tattica del calcio francese in Belgio. Viene fondato, così, in metodo GAG oggi il sistema di allenamento più applicato al mondo. Che, in estrema e non esaustiva sintesi, prevede la coniugazione dell’aspetto analitico (e quindi l’organizzazione tattica, la ripetizione isolata della giocata o della situazione di gioco) all’aspetto globale (quindi, il calcio palla al piede, fantasioso, libero di esprimersi ab imis fundamentis) nei programmi di allenamento. A questo cambio dei modelli di riferimento e contemporanea sconfessione del proprio credo corrisponde un vero mutamento genetico del calcio belga e della sua cultura sportiva. Sablon (e poi Bob Browaeys epigono e continuazione messianica del credo di Sablon). Ecco la serie di provvedimenti in nome del suo nuovo ideale di calcio, che elenchiamo di seguito:
Nessuna classifica per gli under 13 (a tutti i livelli) per favorire la crescita tecnica dei ragazzi e distoglierli dall’inutilità del risultato in funzione della loro formazione.
Maggior impegno nei settori giovanili della massima serie: in media una squadra della Jupiler Pro League investe circa il 10% del fatturato interno nello sviluppo dei giovani contro il 2% delle squadre di Serie A.
Potenziamento della sinergia scuola/sport: in Belgio ci sono dei college di impronta sportiva (come quello dell’Anderlecht) che permettono ai ragazzi durante ogni singolo giorno di praticare sport insieme ad altre altre materie scolastiche. Da noi funziona diversamente, sport e scuola sono quasi attività dicotomiche, mutuamente esclusive, con il primo da fare tre giorni alla settimana per un’ora e mezza o due nei ritagli di tempo. La conseguenza? In Belgio, un ragazzo avviato alla pratica agonistica, in due mesi, totalizza il numero di ore (e l’esperienza) che un pari età italiano totalizza in un anno intero. Insomma da questo stravolgimento culturale arrivano i De Bruyne, gli Hazard, i Mertens, i Carrasco, i Fellaini, i Tielemans, giocatori dalla classe costruita, dalla padronanza balistica quasi acrobatica, che fa stropicciare gli occhi agli appassionati di ogni angolo di mondo. Una rivoluzione che è stata tellurica, sofferta, e che ha avuto bisogno dei suoi tempi ( 8 anni) per compiersi attraverso dodici anni senza alcuna qualificazione alle fasi finali di Europei e Mondiali (dal 2004 al 2012). Tutto, in nome di una rinascita. Liberarsi dal peso del trofeo importante è forse l’ultima meta da raggiungere.