Germany Football (Parte Prima)

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Secondo il rapporto demografico CIES nella classifica dei campionati con più calciatori cresciuti nel proprio club, l’Italia è ultima su 31 con l’8,4% mentre la Germania ci doppia: 16,6%. Ma come funziona lì il calcio ? In un Paese che ad esempio supera di dieci volte l’estensione del Belgio e di otto volte la popolazione, il sistema è giocoforza più complesso. Ma la filosofia è la stessa: federazione e club lavorano insieme, i talenti si vanno a cercare in tutto il Paese, un’opportunità si dà a tutti e l’idea di calcio che si insegna è la stessa, a ogni livello. Nella piramide tedesca, alla base ci sono più di 450 “training camps” sparsi per tutto il Paese. Coinvolgono 18.000 bambini, non necessariamente tesserati per un club. Ognuno ha la possibilità di essere notato dagli allenatori della federazione tedesca. La filosofia è: se il più grande talento della sua generazione è nato in un paesino sperduto in mezzo alle montagne, gli scout federali lo troveranno. Se va male, avrà comunque fatto attività fisica e avrà imparato a convivere e a giocare con ragazzi di tutte le età. Questa è la base dello scouting della Nationalmannschaft e, secondo le linee guida della Dfb, a questo livello la pressione del risultato è praticamente assente. I training-camps non sono stati aperti e lasciati al loro destino: la Germania ha creato nuove figure professionali a metà tra l’allenatore e il dirigente: questi 40 coordinatori hanno il compito specifico di girare tra i 500 vivai per organizzare e uniformare i metodi di allenamento e tenere vivo il rapporto con i club locali. Al livello successivo ci sono le elite schools: sono35 in tutto il territorio tedesco e accolgono ragazzi tra gli 11 e i 20 anni. Il ruolo delle elite schools è molto simile a quello delle TopSport belghe: forniscono un allenamento ulteriore a ragazzi (tra gli 11 e i 20 anni) che già appartengono a qualche club.C’è di tutto: il piccolo fenomeno del Bayern Monaco e il ragazzino che gioca per la propria squadra locale semisconosciuta. Anche qui i programmi sono standardizzati e chi voglia aprire una nuova elite school deve soddisfare diciotto criteri di qualità stabiliti a livello nazionale. Tra gli standard, c’è anche quello tattico: in Germania le scuole calcio federali educano i ragazzi al 4-3-1-2. Esattamente quello messo in campo – con qualche adattamento – da Joachim Löw. Ancora un passo avanti ed ecco i 50 centri di eccellenza. Qui arriva la “meglio gioventù” tedesca, quei ragazzi che, secondo i tecnici federali, hanno concrete possibilità non solo di giocare a livello professionistico, ma di fare carriera nei più importanti club del mondo. Nei centri di eccellenza si insegna a giocare e a comportarsi da veri professionisti, si educano i ragazzi al concetto di squadra al di sopra delle individualità, si formano i futuri leader della nazionale, stimolandoli a dare il massimo anche sotto pressione. In Germania, come in Belgio, il timone dell’intero movimento calcistico è in mano alla federazione, che fissa gli standard e detta le regole ai club. Un esempio? I club di prima e seconda divisione devono avere un settore giovanile accreditato dalla Dfb. Chi non si attiene perde la licenza. E ogni tre anni gli ispettori federali verificano che gli standard di qualità siano rispettati scrupolosamente. I club devono rispondere a un questionario di 800 domande. Ma a giudicare dai numeri, i club tedeschi puntano molto volentieri sui loro vivai: ogni anno solo le squadre di Bundesliga investono circa 120 milioni di euro nei settori giovanili. Il sistema tedesco ha una peculiarità che lo distingue anche da quello belga: le squadre B. Mentre in Italia e in Belgio esiste un campionato primavera, dove le squadre giovanili dei club si confrontano tra di loro, in Germania (ma anche in Spagna) queste squadre sono inserite in campionati professionistici e giocano contro normalissimi club. Come se la Roma e la Juventus primavera giocassero in Serie B o in Lega Pro. I vantaggi delle squadre B sono notevoli: i giovani possono fare esperienza in campionati dove il risultato conta eccome e contro calciatori più anziani anche di 10-12 anni.
Il coraggio. Il sistema che abbiamo descritto è lontano anni luce da quello italiano, che pure può contare su tecnici preparati, un centro di formazione (sia per calciatori che per allenatori) di primissimo piano come quello di Coverciano, circa 200 CFT e, soprattutto, tanti giovani calciatori di talento Il problema è che al nostro , oltre a mancare la regia di una federazione potente (e soprattutto con un preciso progetto sul tavolo) il campionato italiano regala pochissime chance ai nostri talenti. “Gli allenatori italiani hanno una bassissima propensione al rischio e concedono poco spazio ai giovani. Ma se i giovani non li fai giocare, se non gli consenti di sbagliare, non li farai mai crescere” come hanno spiegato in molti “Basta guardare cos’è successo a Marco Verratti: dopo lo splendido campionato con il Pescara, le grandi squadre italiane non l’hanno voluto perché lo ritenevano costoso. Così è finito al PSG. E non è finita: Ciro Immobile, capocannoniere della Serie A, è stato svenduto da Juventus e Torino al Borussia Dortmund”. Molti club italiani fanno hanno settori giovanili di alto livello: Roma, Lazio, Inter, Empoli, Atalanta e Sampdoria, ma non solo. “Il problema è che quando questi ragazzi superano il limite di età per la primavera, non c’è un campionato che gli consenta di mettersi in mostra. Le squadre B aiuterebbero molto in questo senso.Non esistono ricette magiche. A volte basta copiare gli altri.