Conosciamo meglio mister Maran

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Il 26 maggio del 2016 veniva pubblicata la notizia sulla Rivista Undici di come, al 90 percento, Rolando Maran si apprestasse a diventare il nuovo tecnico dell’Atalanta (casa poi non verificatasi). L’allenatore trentino si era infatti quasi liberato dal Chievo e stava per chiudere la trattativa con la società nerazzurra. Ma chi è questo tecnico che, dovunque era andato, aveva (le cose sono poi cambiate) fatto bene? Per conoscerlo meglio abbiamo deciso di proporvi un’intervista pubblicata e realizzata da Giorgio Burreddu, collaboratore di BergamoPost. Quattro chiacchiere per conoscere meglio questo personaggio, anche al di là del calcio.
Rolando Maran all’epoca era. «Eh no, ferma tutto: state dicendo che sono vecchio?». Va bene. Ricominciamo. Quando Maran aveva i capelli. «Aspetta aspetta. Allora lo fate apposta». È che trovare un punto da cui cominciare la storia non è facile. Al Chievo Maran c’era la prima volta della Serie C. C’era da capitano. C’era negli anni delle promozioni da giocatore. E oggi che il Chievo galleggia nell’euforia, lontano dal precipizio della retrocessione, così vicino a un posto in Europa, lui è ancora qui che passeggia sui campi di Veronello con le mani in tasca, l’espressione dura, che poi è solo un abbaglio: la risata di Maran è contagiosa. «Lo dico sempre: non fatemi sembrare un fenomeno, non mi piace». Dovrà pur esserci una ragione se il suo calcio è vigoroso, bello, fatto di passione. E ancor più profonda deve esserci qui, al Chievo. «È un posto particolare, difficile da descrivere. C’è grande professionalità, cultura del lavoro. In una forma, come dire, familiare. Ma no, non è l’aggettivo giusto. So solo che si riesce a fare tutto con grande familiarità. E questo rende il percorso un po’ più intenso perché ti leghi a qualcosa, non ti senti di passaggio. Ti senti parte di un progetto».
Allora partiamo da qui: 1986, primo campionato in C della storia del Chievo. Lei ventidue anni. «Ero giovane, mi si apriva un mondo. Mi si offriva la possibilità di diventare professionista. Ricordo il primo allenamento. Avevo l’influenza. Non ho detto nulla a nessuno, soffrivo come un cane. Nessuno doveva togliermi quel momento. Era un sogno che si avverava». Dopo più di 300 partite da giocatore, essere allenatore del Chievo che effetto le fa?. «Per me è semplice, ho passato la stragrande maggioranza della vita calcistica qui. Ma chi arriva deve sentirsi parte della situazione. E non è questione di maglia. Uno deve viverla in maniera diversa, deve entrare in sintonia».
Lo dice perché sa cosa vuol dire fare i sacrifici?
«Con me tutti parlano di gavetta. Sono arrivato in A a 49 anni. Sono orgoglioso, mi ha rinforzato. A qualcuno magari la gavetta non serve. Ma ogni giorno si presentano situazioni diverse. Impari a elaborarle, mica puoi affrontarle tutte allo stesso modo. E allora realizzi che la tua conoscenza ti aiuta a trovare soluzioni veloci, con meno errori».
Lei che errore ha fatto?
«Magari ce ne fosse solo uno. Ma in fondo sono scelte, e io le ho sempre fatte senza essere avventato. Se tornassi indietro magari ne farei di diverse, ma in quel momento le avvertivo come giuste. Le scelte diverse non erano mie».
Al passato ci pensa mai?
«Sono più proiettato al futuro. Dall’attimo che passa porto via qualcosa e non guardo più indietro. Non serve».
Dagli anni delle giovanili che cosa si è portato via?
«Divertimento. A un certo punto a Trento è venuta fuori l’idea della Primavera. Prima volta nella storia. Un’esperienza pazzesca. Andare a giocare contro il Milan, l’Inter. Ci sembrava di toccare il cielo. Era davvero la fucina della Serie A e della B. Trovavi Bergomi, Ferri, gente che uno o due anni dopo vedevi in A, in nazionale. E invece noi stavamo ancora nel fango. Tempi diversi».
Oggi che calcio è, conta solo il risultato?
«Il calcio si fa in tanti modi. Ma nel nostro il risultato conta. Diventa primario. Cerchi di arrivarci attraverso le idee. Ma se non ottieni il risultato il tempo di portarle avanti è poco».
E le sue idee quali sono?
«Un calcio propositivo. Mi piace l’aspetto offensivo, forse perché ho fatto il difensore. Voglio che la squadra sia artefice della propria prestazione. Chiedo aggressività. L’approccio deve essere forte, per esaltare le qualità».
Uno dei dati più impressionanti è che correte molto.
«Più in alto recuperiamo palla, meno spazio dobbiamo percorrere. Ho la fortuna di avere attaccanti molto generosi».
Parola chiave?
«Intensità. Poche pause. Solo per bere».
Maran che allenatore è?
«Cerco di essere come avrei voluto che fosse il mio allenatore. Schietto. Ci metto la faccia. Se mi camuffo commetto un errore. Mi sono ripromesso di essere me stesso. Sempre e comunque».
Diceva di lei ragazzo.
«In quegli anni il Trento faceva la C. C’era la Triestina. A Padova andavano anche ventimila persone. Adesso al Nord è quasi impossibile. Era un calcio che vivevano tutti, quello. La domenica era un evento per la città. E in una città fredda, dove è molto praticato lo sport alpino, ti rendevi conto che c’era un grande interesse attorno a quel campionato».
Analogie con il Chievo di oggi?
«Chievo è rimasto attaccato alle origini. Io l’ho vissuto in C. Nella forma un po’ è cambiato, ruota attorno a un mondo diverso. Ma nella sostanza è ancora lo stesso ambiente. Fatto di poche persone che si mettono al servizio e fanno anche più di quel che gli tocca».
Per la salvezza. O puntate più in alto?
«L’annata ci sta riservando delle gioie. Parti con l’obiettivo di salvarti, è il tuo scudetto. Siamo rimasti lontani da quel tipo di classifica. Siamo orgogliosi».
Come l’anno scorso.
«Un andamento progressivo. Ma il futuro non lo conosciamo».
Ha molti amici nel calcio?
«Alcuni. Non faccio nomi. Qualcuno te lo tieni stretto perché ti fa sentire bene, ti tiene legato a certe situazioni, te le fa rivivere».
Diciamo Silvio Baldini? Ha fatto il suo secondo, parliamo del ’97. Il Chievo era in B.
«Silvio è un grandissimo. È una persona vera. Gli sarò sempre riconoscente. Magari ci sentiamo pochissimo o ci vediamo per caso, un minuto. Ma non si interrompe mai nulla».
Cosa le ha insegnato?
«La disciplina del gruppo. La convivenza e il rispetto per gli altri. Una volta eravamo dei soldatini, adesso è un po’ diverso. C’era più disciplina. Anche nelle comunicazioni, nel rispetto dei ruoli. Ma è la vita che è cambiata».
Invece Ciccio Franzoi, uno dei suoi primi allenatori, che le ha lasciato?
«Che valeva la pena prendersi cura delle cose. Di te stesso, sì, ma anche degli oggetti. Le scarpette, la borsa. Mi ha insegnato a essere attaccato al calcio».
Mai sgridato?
«Ah certo, se si rompeva la borsa lui te l’aggiustava ma poi te lo faceva notare. Lo scarpino prima di gettarlo via doveva essere consumato, perché non si buttava via nulla».
Diceva dei ruoli: l’allenatore deve farsi sentire.
«Sì, ogni tanto tocca alzare la voce. Lo faccio se c’è l’esigenza. Perché non sempre trovi chi ti permette di far capire le cose con pacatezza».
Mai appeso nessuno al muro?
«Bah. Se si arriva a tanto… Ma anche se fosse non lo direi mai. Però negli anni qualche scontro c’è stato».
E i presidenti che ruolo hanno?
«Ognuno è diverso. Dipende dalle situazioni. L’unica cosa certa è che io faccio l’allenatore».
Di Campedelli, invece, di lui che ci dice?
«Ci conosciamo dal 1986, c’è un rapporto diverso. Con lui ho vissuto tante tappe e continuo a viverle. A volte mi basta guardarlo e so a cosa sta pensando, cosa vorrebbe dirmi, perfino cosa mi dirà. E lui uguale. È un rapporto privilegiato del quale sono orgoglioso».
Il segreto del successo Chievo?
«Non sono io quello che ha fatto fare successo al Chievo. Ma il nostro rapporto è un valore aggiunto, questo sì».
E i giocatori? Non sono tutti uguali.
«Nei doveri sì. È diversa la comunicazione. Ho ragazzi dai 18 ai 38 anni. L’allenatore deve avere la capacità di usare il linguaggio giusto, adeguato, comprensibile. Se la comunicazione personale cambia, quella di gruppo no».
Cosa la incuriosisce di un ragazzo di vent’anni?
«Quando lo scopro interessato, quando vuole aggiungere qualcosa a quello che sa già».
A chi stava pensando?
«Mattiello. Quando è arrivato aveva voglia di allenarsi, e ok. Ma anche di crescere. Qualche volta magari arriva il giovane che ha un po’ di presunzione e rallenta il processo di crescita di qualche mese, o addirittura di anni. Invece è bello vedere le persone che sfruttano il loro potenziale».
E chi non lo fa?
«Chi non gioca per la squadra con me sta fuori. Per giocare deve essere proprio un talento, deve fare la differenza, farci vincere le partite. Qualcuno l’ho incontrato».
Diventare papà le è servito per capire meglio i ragazzi che allena?
«Ho iniziato a fare questo lavoro quando i miei figli erano piccoli. Non avevo una corrispondenza. Essere genitore è la cosa più difficile del mondo. Gianluca, mio figlio, gioca in D, e sento come vive i momenti. A volte ti fa ricordare come li sentivi tu, torni dall’altra parte. Questo sì, ti può aiutare».
Quanti giocatori delle serie inferiori ha visto che non sono arrivati?
«Tantissimi. Se penso alla mia Primavera del Trento l’unico a diventare professionista sono stato io. Ma c’erano altri ragazzi validi. Ci si equivaleva».
Mai pensato di allenare all’estero?
«Mi piacerebbe molto. Prima o poi lo farò. Potevo andare in Inghilterra qualche anno fa. Adesso mi piacerebbe andare in Germania. Forse perché mi assomigliano nell’organizzazione del lavoro. Spendo molto tempo per organizzare tutto».
Sempre con la stessa passione?
«Sì. Sono un privilegiato».
Non solo calcio nella vita di Maran, ma anche una breve parentesi pallavolistica.
“Sono nato nel 63 a Trento in una famiglia di operai, fatta di persone perbene, capaci di tirar su 3 figli nel migliore dei modi. Io sono il più piccolo, i 2 grandi Lino e Florio, hanno 13 e 10 anni più di me, vivono a Trento e portano avanti l’attività che aveva avviato papà Rino, scomparso 8 anni fa. Lavorano nel settore edile, si occupano di pittura e rivestimenti e questa sarebbe stata la mia strada”.
“La passione per il pallone l’ho presa per forza,a casa seguivano qualunque cosa tondeggiante che rotolasse. Milanista come tutti in famiglia, tifoso di Rivera. Anche i miei fratelli hanno provato, il secondo fa il selezionatore del Trentino. Ho 2 figli, Elena e Gianluca che gioca nella Primavera del Catania, ma io faccio solo il padre”. Un ringraziamento speciale a Ciccio Franzoi, primo allenatore di Maran negli allievi del Trento: “A lui devo tutto”.
Prima di diventare allenatore, Maran fece una modesta carriera da difensore centrale: “Inizialmente stopper ma per fortuna il passaggio alla zona mi ha dato più libertà di movimento. Sono arrivato in B. L’ attaccante più forte che ho incontrato? Ricordo una partita di Coppa Italia al Delle Alpi contro la Juve di Vialli, Baggio e Del Piero, giocavo nel Chievo. Appena promossi in B, in panchina c’era Malesani. Finì 0-0, al ritorno non giocai perché ero squalificato e ci eliminarono” dice ridendo.
Nella sua professione da allenatore il mentore fù Silvio Baldini: “Silvio Baldini fu mio allenatore alla Carrarese e mi portò come “secondo” al Chievo e al Brescia, fu il primo a dirmi che avrei dovuto fare questo mestiere. Da calciatore facevo l’allenatore in campo. E i tecnici che ho avuto si arrabbiavano se non guidavo i compagni. Ma l’ho fatto nei modi giusti”.
“Da giocatore sapevo stare al mio posto. Da tecnico invece ho avuto più di uno scazzo con i calciatori. L’ultimo l’anno scorso a Varese con Terlizzi, poi siamo diventati grandi amici”.
Il calcio, però, non è stato l’ unico sport nella vita di Maran: “Ho giocato anche a pallavolo, ma senza speranze, da grande mi sono appassionato allo sci. Mi piacerebbe una volta provare sull’Etna”. E a scuola come se la cavava? “I professori mi rimproveravano la passione per il pallone, volevano che studiassi di più. Se copiavo? Sempre, in tutte le materie, sono andato avanti fino al diploma di geometra giusto per chiudere un capitolo”.
E il rapporto con la lettura? “Sto ancora cercando di costruirlo. Per leggere ho bisogno di concentrarmi e quando stacco col pallone voglio rilassarmi. Sul comodino ho la Bibbia”. Anche se il suo rapporto con la fede è diverso da quello del suo giocatore, Nicola Legrottaglie: “Ho parlato spesso con Nicola e trovo meritorio il progetto che porta avanti con Missione Paradiso. Credo ma Dio lo sto ancora cercando”.
Grande appassionato di musica, Maran predilige la tv al cinema: “Potremmo parlare di musica per ore. Sono un fan degli U2, 3 anni fa li ho visti a San Siro. Tv o cinema? «La televisione è il mezzo più comodo per rimanere attaccati al mondo. Ho visto un po’ Sanremo e l’ho trovato più intelligente e divertente del solito”. E la politica? “Sono piuttosto disamorato, ma so che a queste elezioni in Italia non possiamo più permetterci di sbagliare”.

Quello che, a stagione quasi conclusa, sta forse passando inosservato, è il Chievo dei miracoli 2.0, capace di ottenere la salvezza con largo anticipo stabilendosi nella parte sinistra della classifica per quasi tutta la durata del campionato. Una squadra operaia, come le origini del suo allenatore: il trentino Rolando Maran, tecnico silenzioso e umile che ha saputo dare una quadratura solida a buona parte delle squadre allenate.
Origini trentine – L’eredità dell’azienda edile di papà Rino, specializzata in pittura e rivestimenti, è nelle mani dei fratelli maggiori Lino e Florio, imprenditori che però hanno sempre avuto la passione per il calcio, in una famiglia di origini operaie con forte dna milanista, trasmesso sino al più piccolo Rolando, che amava però lo sport in molte forme: pallavolo, sci, golf, ma il calcio è stata la vocazione più forte di tutte, emulando un idolo personale: Gianni Rivera. La carriera di Maran comincia nella terra natia, a Trento. Si accontenta del diploma in ragioneria nonostante i professori lo esortassero a studiare di più, ma sui campi di calcio dove apprende più volentieri, sotto l’istruzione di Ciccio Franzoi, emblema del calcio trentino e primo allenatore di Maran negli allievi. Prima maglia a Riva del Garda, prima del passaggio proprio al Chievo, dove diventa un difensore con un piccolo vizio del gol (11 in 208 presenze). I suoi recenti successi sulla panchina dei clivensi rappresentano quasi un segno del destino. Perché dal Chievo, è iniziata anche la carriera da coach per Rolando Maran, con un altro maestro: Silvio Baldini, che lo chiama come vice dopo averne notato «doti di potenziale allenatore di arcigno e  autorevolezza» quando lo allenò alla Carrarese nel 1996. L’attitudine infatti, è più da panchina e che rettangolo di gioco, e Maran comincia una graduale carriera che lo porta sino alla Serie A, a dieci anni dalla sua prima panchina al Cittadella, dal 2002 al 2005, anche qui con la gavetta, dalle giovanili alla prima squadra. A Brescia l’esperienza più amara: viene esonerato a dieci giornate dalla fine, subentra Zeman ma i playoff sfumano lo stesso, e Corioni ammette l’errore: «non avrei dovuto esonerare Maran». Riparte da Bari, dove invece non convince e viene esonerato a febbraio, quindi il ritorno al nord, due anni alla Triestina, poi Vicenza, esonerato e richiamato per la salvezza, e infine Varese, dove raggiunge il risultato più importante nella sua carriera in serie cadetta: la finale di playoff per la Serie A, persa contro la Sampdoria. L’impresa varesina gli vale la chiamata sulla panchina del Catania, per prendere l’eredità di Vincenzo Montella. Riesce invece a fare meglio: record di punti (56) e ottavo posto. Non riesce però a ripetersi nella stagione storta degli etnei, avvio del loro declino. Lascia la panchina dopo cinque k.o consecutivi, dovendo comunque patire due esoneri nella confusione di un Catania destinato alla retrocessione. Resta inattivo da aprile a ottobre 2014, quando compie il ritorno all’ovile, c’è da salvare il Chievo. Di nuovo al Chievo – Maran ritorna da dove aveva cominciato. I clivensi vogliono mantenere la Serie A, realtà alla quale hanno saputo cucire squadre non spettacolari ma adatte alla salvezza, puntando soprattutto sull’esperienza e sul consolidamento di vari senatori sul campo (età media della squadra, 30 anni). Sergio Pellissier è ancora lì ed è a quota 99 reti in A con il Chievo (dove giocherà sino a quarant’anni) Paloschi, l’attaccante più prolifico degli ultimi anni, ha detto addio solo al cospetto della Premier League. Quando Maran arriva al Chievo a ottobre 2014, è un cambio di bandiera: Eugenio Corini gli passa il timone, nella continuità di chi ha lasciato un segno nella realtà operaia del calcio veronese, che con Maran ha assunto tutte le sue forme mostrando un gioco pulito e attendista.  Il Chievo è in fondo alle statistiche per percentuale di palle utili in fase d’attacco, eppure non ha mai avuto un minimo affanno nel portare a casa l’ennesima salvezza. Nel momento di flessione ha avuto il coraggio di cambiare modulo, e dopo la cessione di Paloschi ha saputo affiancare a Meggiorini le alternative Inglese, Floro Flores e il sempreverde Pellissier (poco spazio invece per il giovane Mpoku). La gestione Maran è un segnale importante per sottolineare che i miracoli del Chievo non sono solo nel ricordo della grande squadra che allenò Luigi Delneri. Nella scorsa stagione, Maran ha chiuso a quota 43 punti al 14° posto prendendo una squadra in crisi di gioco e quasi di identità. La conferma è stata automatica, la dirigenza saggiamente non corre rischi e intuisce che Maran può mantenere il Chievo in A. Oggi i punti sono 49, la posizione è la nona, dietro a Sassuolo,Milan e Lazio. Nella rosa tanti giocatori che militano in gialloblù da anni: Gobbi, Cesar, Sardo, Frey, Hetemaj, Rigoni, Radovanovic. Nelle ultime due stagioni è stato il team della rinascita per Simone Pepe, la consacrazione in A per Valter Birsa, la conferma per Albano Bizzarri dopo anni da vice-portiere, quest’anno la porta della Serie A per Roberto Inglese. Migliorare il dato dei 56 punti dell’era Delneri è ormai aritmeticamente impossibile per i ragazzi di Maran che, però, nel silenzio generale, hanno saputo imbastire un miracolo 2.0. La media punti del suo Chievo è di 1.3, la media spettatori è in crescita (qui una panoramica) rispetto alle ultime quattro stagioni. A 52 anni, la stagione che sta concludendo col Chievo potrebbe essere un passaporto per panchine da big. Dopo Sarri, è tempo per gli allenatori di provincia? Alla vigilia del match contro il Chievo, Violanews ha avanzato un interesse dei Della Valle per un eventuale dopo-Sousa. Senza appeal ma con senso del dovere ed un’intelligente capacità di leggere le partite e di gestire rose operaie, Maran potrebbe essere una nuova soluzione per chi punta oltre la semplice permanenza in A.