Calcio giovanile. Come è possibile stabilire quale sia una buona o una cattiva gestualità tecnica? 

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Partiamo da un presupposto. Qual è il limite fra corretta esecuzione e funzionalità all’obiettivo? Prendiamo ad esempio, la tecnica di tiro di un giocatore come  Mesut Ozil (campione del mondo nel 2014 con la nazionale tedesca). Ci induce a considerare che seppur chiaramente in controtendenza rispetto ai classici canoni della meccanica del fondamentale del tiro, non si possa dire che sia tecnicamente sbagliata. Quanto si sta cercando di descrivere rappresenta l’esatto contrario di altre discipline, prettamente individuali – vedi la ginnastica o i tuffi per esempio – in cui la tecnica è chiusa, nel senso che la gestualità è sempre la medesima e meglio sarà eseguita dall’atleta che la mette in pratica più egli si potrà definire tecnicamente perfetto. Tutti d’accordo? In generale si, ma è proprio da qui che nascono i problemi interpretativi sul tema della tecnica e del suo metodo di allenamento. Siamo sicuri che il messaggio che trasferiamo ai nostri giocatori sia questo? O ogni volta che il giocatore commette uno sbaglio, il perché dell’errore, lo si va a ricercare nei famosi parametri della tecnica perfetta che magari in quella determinata situazione non sono stati applicati? Julio Velasco, illuminato allenatore di volley e direttore tecnico del settore giovanile della FIPAV, che ha avuto brevi parentesi di esperienze nel calcio di serie A con nter e Lazio, affermava che a tal proposito spesso si vengono a creare due differenti linguaggi: uno degli allenatori ed uno dei giocatori, paralleli, ma che molto spesso rimangono tali, senza mai incontrarsi. Il motivo di tale distanza è riconducibile al fatto che le correzioni solitamente fornite ai giocatori non terrebbero conto né del punto di vista dei giocatori stessi, né della situazione circostante a quella in cui la risposta motoria è avvenuta. Prendiamo l’esempio di una ricezione sbagliata a causa di un ritardo del giocatore nell’andare sulla palla. Spesso ciò che accade- parole di Velasco – è che l’allenatore dica al suo giocatore di non arrivare in ritardo, ma di trovarsi già dietro alla palla, come i canoni della ricezione corretta prevedono. Peccato che però l’avversario si alleni tutti i giorni affinchè gli altri possano non arrivare in tempo sulla palla. Un esempio tanto banale quanto pratico che porta ad un riflessione che impone una nuova, seconda, riflessione da dover fare. Cosa viene applicato dunque dal giocatore durante il gioco?
Ecco comparire appieno la controversia della tecnica “individuale” Risposta immediata: la tecnica individuale, alla cui base ci sono i fondamentali, che devono sicuramente essere spiegati durante l’insegnamento dell’esecuzione del gesto, ma i quali poi dovranno essere sviluppati, appunto, come tecniche individuali. Osservando campioni di elite di differenti sport, è infatti facile osservare come non esistano comportamenti corretti in assoluto, e questo è dovuto alla natura caotica, complessa e mai uguale del gioco, e agli adattamenti che essi sono riusciti a trovare durante la crescita per aumentarne l’efficacia. L’essere umano ( forse meglio dire, l’atleta) si muove, migliora e si esalta solo ricercando un obiettivo e non ricreando ipotetici pattern motori ideali. Voler installare a tutti i costi una serie di comportamenti predeterminati anzichè impostare un lavoro sulla sensibilità delle percezioni e sulla possibilità di azione attraverso l’esperienza attiva lo considero un errore troppo grande da commettere in fase di formazione.
Esiste un altro grande esempio di giocatore di massimo livello che ha fatto di una sua tecnica imperfetta uno dei suoi punti di forza: Paolo Maldini, uno dei difensori più forti di tutti i tempi, affrontava i duelli difensivi ruotando il suo corpo in maniera tale da perdere di vista la palla per qualche istante. Un intervento, secondo i canoni del manuale tecnico, disfunzionale e da correggere. Il problema è che “non siamo tutti uguali e a volte far capire a chi è troppo integralista che io posso eseguire un’azione in un’altra maniera, o forse meglio, di come me la stanno insegnando, è difficile. Certo che non puoi basare la tua difesa solamente su queste capacità, però se uno ce le ha…
Insomma, la chiamiamo tecnica individuale e in quanto tale non possiamo pretendere che venga eseguita da tutti allo stesso identico modo. Bisognerebbe, invece, rispettare la natura del gioco e dare la possibilità, a chi si immerge in esso, di trovare le proprie soluzioni ai problemi, attraverso l’esperienza dei problemi stessi e non allenare il giocatore a compiere esercizi credendo che il transfer al gioco sia semplice, perchè semplice, purtroppo, non lo è. Quindi, quali conclusioni in definitiva :
– la tecnica analitica è inutile? No, nessuno ha mai detto questo. Ci sono situazioni che nel gioco si ripetono molto di rado e pertanto, per allenarle è necessario riproporre contesti in cui la ripetizione del gesto sia elevata, anche in forma più analitica
– essendo che nel gioco si applica la tecnica applicata, conoscere i fondamentali della meccanica perfetta diventa inutile e suggerirgli può risultare addirittura “controproducente”? Assolutamente no, conoscere la corretta meccanica è fondamentale così come è doveroso insegnarla e mostrarla ai giovani atleti, i quali non dovranno però essere “ingabbiati” in rigidi vincoli dettati dal gesto convenzionale. Un bravo istruttore di scuola calcio dovrà essere in grado di osservare i comportamenti emergenti cercando di cogliere e scindere errori tecnici da tentativi di interpretazione e adattamento del gesto.
– un gesto tecnico non corretto ma funzionale è catalogabile come errore? Assolutamente no. Ogni gesto è finalizzato ad una sua funzionalità, e qualunque tipo di gesto funzionale non può ritenersi erroneo, seppur non rientri nei canoni della meccanica ideale.