A partire dall’antica Grecia sino ad arrivare ad oggi, la tecnica non ha mai messo d’accordo nessuno. Svolgendo dettagliate ricerche a tema, si può apprendere che il concetto greco di tecnica (téchne) è molto antico e in origine veniva usato per indicare una prerogativa degli dèi di cui è stato fatto dono agli uomini per sopperire alla loro intrinseca debolezza. Con il passare del tempo, la divisione del lavoro e la nascita di nuovi mestieri all’interno delle comunità, la tecnica passò da prerogativa divina ad invenzione umana. Le technai iniziarono così ad avere una propria autonomia, e tra esse spiccano per importanza l’aritmetica, la geometria e la medicina. Proprio quest’ultima fornirà il più interessante modello teorico di metodo (hodós), in cui ogni nuova scoperta utile tiene conto delle precedenti, a cui è legata e dalle quali è resa possibile. Essa inoltre restringe il proprio campo all’osservazione, e riconosce l’importanza della correggibilità della tecnica, quale mezzo per poter distinguere tra corretto e scorretto. In altre parole tutti quei comportamenti che si attenevano alla tecnica conosciuta e riconosciuta corretta in funzione di comportamenti precedentemente osservati venivano considerati corretti, mentre tutti quelli che si discostavano ad essi rientravano nel campo dell’errore. Non mancarono tuttavia posizioni contrarie e ostili alle technai. Tra esse spiccò la scuola eleatica, secondo la quale esse negavano l’unità e l’omogeneità dell’essere. Insomma, fin dall’antichità il concetto di tecnica non è riuscito a mettere d’accordo neppure i tanto razionali filosofi del tempo figurarsi in quello attuale in un ambiente, quello del calcio, dove qualsiasi cosa diventa opinabile. Fra i tanti dibattiti a sfondo calcistico che vengono ciclicamente sollevati, permane infatti quello relativo all’importanza della tecnica individuale e al metodo di insegnamento dei fondamentali che dovrebbero essere alla base delle scuole calcio. Per quanto concerne la mia osservazione partecipante e la continua panoramica diretta sulla situazione dei nostri vivai giovanili (siano essi professionisti piuttosto che dilettanti) mi schiero apertamente fra coloro ( sono in molti e qualificati per esperienza e conoscenza) che concentrano l’argomento trattato attraverso il sintetico ma illuminante sul concetto del “troppa tattica e poca tecnica”. Il perché di questa evidente asimmetria ritengo sia riconducibile semplicemente al fatto che oggi non si sappia più insegnare la tecnica ai ragazzi. Possibile dunque che l’evoluzione del calcio abbia portato i suoi addetti ai lavori, soprattutto quelli che rappresentano la base della piramide formativa, gli allenatori, o meglio istruttori, dei settori giovanile, così tanto fuori strada in quanto incapaci di correggere un gesto tecnico? In che modo e quali competenze sono necessarie per poter correggere un gesto tecnico? Ma soprattutto, assumendo per assodate le motivazioni fornite , quali sono i parametri di valutazione che contraddistinguono i gesti tecnici al punto da poterne stabilire buona o cattiva esecuzione? Intanto partiamo dal presupposto che la tecnica ha senso, se viene applicata e che per tecnica non si intende essere in grado di palleggiare una palla 1000 volte. Chiunque, o correggiamo, molti possono farlo esercitandosi con costanza. Per tecnica si intende invece, “saper passare la palla con un solo tocco, con la giusta velocità, sul piede corretto del compagno di squadra”..Questa mai passata di moda frase del grande Johan Crujff (presa in prestito per meglio spiegare) pone, a mio avviso, un’importante prima riflessione da dover fare, nell’addentrarsi in questo groviglio che è l’approccio metodologico sul tema in questione. Il calcio è per sua natura un sistema dinamico e complesso, frutto dell’integrazione di diversi elementi che si influenzano costantemente e reciprocamente fra loro attraverso una continua serie di relazioni. Va da sé che in un contesto in cui la variabilità ambientale è così elevata al punto da non rendere una situazione mai perfettamente identica alle precedente, anche il comportamento dei giocatori non potrà essere essere, di conseguenza, sempre lineare da un punto di vista tecnico. Compagni, avversari, zone di campo, situazioni di gioco, rappresentano variabili – mai perfettamente uguali in ciascun momento del gioco – che influenzano in maniera determinante i comportamenti in campo dei giocatori, e in particolari i gesti tecnici necessari per ovviare alla situazione, modificandone la meccanica e, talvolta, anche stravolgendo completamente la gestualità. Si tratta di un contesto situazionale e mutevole che, in quanto tale, è caratterizzato da tecniche di esecuzione definite open skills, vale a dire quelle gestualità che per la natura “caotica” del gioco in cui vengono applicate non potranno mai essere standardizzate al punto da essere riproducibili sempre nella stessa maniera secondo canoni prestabiliti.


