La crisi della boxe e i suoi “derivati”

Eppure c’è stato un tempo dove eravamo Re ed esprimevano grandi campioni. E non mi riferisco tanto a chi, complice gli anni, ha visto salire sul ring Benvenuti, Arcari, Oliva. Anche fino al decennio scorso conservavamo corone europee ed anche iridate e abbiamo avuto pugili come Russo, Damiani ma soprattutto ci siamo sempre giocati qualche carta ai Giochi. Ed e’ questo il punto dolente: per la prima volta non avremo rappresentanti azzurri alle Olimpiadi anche se il nostro onore viene salvato dalla boxe femminile, con due atlete di valore.

Ma perché il pugilato e’ caduto in questa notte buia? Eppure, come ci può testimoniare il nostro amico lettore ed ex pugile Roberto Bracco, gli istruttori non mancano. Il problema, e non bisogna nasconderlo, e’ che la boxe accusa la concorrenza dei “derivati” ossia discipline di combattimento che fanno presa sui giovani, penso al taekwondo, alle arti marziali, al savate. Alla boxe accade quanto già visto nel ciclismo, dove la mountain bike ha catturato yptanti adepti. O alla vela, con il windsurf  che ha fatto innamorare tanti ragazzi. Sia chiaro che nessuno qui critica queste discipline che tra l’altro hanno espresso grandi campioni e bastano i nomi di Mirko Celestino e Alessandra Sensini per darne un tocco di ufficialità.  Si vuole soltanto capire perché uno sport sia andato in crisi, poi si sa basta un campione per rivedere le stelle.

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