Un uomo perbene

Ero presente al Franchi la domenica del minuto di silenzio in memoria di Manuela Cappi, la moglie di Cesare Prandelli, allenatore della Fiorentina. Posso affermare, senza retorica, che mai ho assistito ad un minuto di  così vero silenzio, interrotto soltanto dai rumori dei cancelli mossi dal vento.  Siccome le immagini sono più forti delle parole vi invito ad andarlo a vederlo su YouTube, muniti di fazzolettini per occhi. Dico questo perché in un momento nel quale il calcio professionistico litiga su affari milionari, diritti tv, tentativi di eliminare le squadre che non fanno share dalle competizioni europee, la resa di Cesare Prandelli mi appare come un messaggio di speranza per continuare ad essere innamorati di questo sport, quasi a livello da dipendenza. Cesare, chiudendo il suo ciclo da allenatore,  denunciando il suo malessere, le crisi di panico, il vuoto interiore che lo annienta, ha dimostrato che i soldi, e che soldi, non sono tutto in questo mondo e che la passione e la professionalità sono superiori ad ogni contratto. E che i grandi dolori lasciano il segno, un segno profondo che il denaro non può consolare. Cesare, ottima carriera da giocatore soprattutto con la Juventus, ha poi fatto innamorare i tifosi della Fiorentina, portandola ad un passo dai quarti della Champions League e facendole recitare un ruolo da protagonista in campionato. Con dignità ha digerito il colpo dell’eliminazione ai Mondiali del 2014, mettendo sempre la sua faccia davanti alle telecamere. Ma lo vedevi sempre con quel viso malinconico, segnato dai grandi dolori, e anche quando sorrideva emergeva un ruolo di tristezza. Un uomo perbene, Cesare. E oggi, scrivendo queste note, penso a quel silenzio del Franchi e sono contento di esserci stato previo in quella fredda domenica fiorentina.

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